Giovedi, 24 agosto 2017 - ORE:05:00

Iraqi freedom: “impiantare” la democrazia è impossibile


“Oggi ho da dirvi solo tre parole: bentornati a casa!”. Così il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha iniziato il suo discorso il giorno dell’incontro con le truppe appena ritirate dall’Iraq. L’operazione chiamata Iraqi Freedom, che prevedeva l’invasione dell’Iraq e la cattura del dittatore Saddam Hussein, era iniziata il 20 marzo del 2003.

Dopo l’attentato che aveva scosso il mondo alle Torri Gemelle di New York, l’Iraq venne indicato dal governo americano come uno degli “stati canaglia” che ospitavano e proteggevano i terroristi nel loro territorio. Saddam, inoltre, venne accusato di progettare la costruzione di armi di distruzione di massa, che verrebbero poi vendute ai terroristi per usarle contro l’Occidente. L’allora presidente degli States, George W. Bush, quando si presentò al Congresso per esporre il suo piano di guerra, definì l’invasione dell’Iraq “una cosa della quale non si può fare a meno”, una guerra “che noi non vogliamo, ma che siamo costretti a fare”, un modo “efficiente” per sconfiggere il terrorismo.

Bush parlò anche della necessità di “impiantare la democrazia” in Iraq, in modo tale da dare l’esempio agli altri paesi del Medio Oriente. Sostenuto dalla grande maggioranza del Partito Repubblicano e da buona parte di quello Democratico, Bush riuscì a mettere in atto il suo progetto, ottenendo l’approvazione del Congresso. Il Regno Unito, col suo primo ministro Tony Blair, si schierò al suo fianco, come anche, in un primo momento, la Spagna. Il regime di Saddam fu presto rovesciato, il dittatore venne catturato, processato e impiccato, e Bush, in uno storico discorso a bordo della portaerei Abramo Lincoln, il primo maggio del 2003, dichiarò che la missione era compiuta, che gli Stati Uniti e i loro alleati avevano prevalso. I fatti che seguirono testimoniano ancora oggi l’avventatezza e l’irresponsabilità di quelle parole.

L’Iraq, perduto il controllo che Saddam esercitava sulla popolazione, esplose, letteralmente. Dopo pochi giorni infatti scoppiò una sanguinosa guerra civile, seguita da furibondi regolamenti di conti, attentati, omicidi ecc… Le truppe alleate, che si trovarono nell’occhio del ciclone, subirono una quantità enorme di perdite. Il bilancio complessivo dei morti, se consideriamo anche le vittime tra la popolazione civile, è indubbiamente troppo alto. Le armi di distruzione di massa, con le quali Bush e i sostenitori della guerra avevano messo paura al mondo, non sono mai state trovate. La credibilità del governo, dei servizi segreti e dell’esercito americano è stata messa a dura prova, anche a seguito degli scandali seguiti alla scoperta delle torture, autorizzate dai governi occidentali, su detenuti civili, rivelatisi poi innocenti, nella prigione di Abu Ghraib.

Il Segretario della Difesa degli USA, il democratico Leon Panetta, definisce l’operazione Iraqi Freedom “pienamente riuscita”, “un successo nella lotta al terrorismo”; Bush, intervistato alla fine del secondo mandato afferma “è stata una grande operazione di pace”, “è stato un trionfo”. Malgrado queste affermazioni, ancora oggi in Iraq avvengono quotidianamente attentati che provocano la morte di centinaia di innocenti; il governo democratico “impiantato” si è già rivelato debole e incapace di tenere il paese unito. Il piano di Bush ha fallito. La democrazia e i principi di tolleranza e rispetto reciproco, infatti, non si possono imporre con la forza e le armi dall’esterno, deve essere il popolo di quel paese a volerli e a diffonderli. Il massimo che noi occidentali possiamo fare è dare un buon esempio, rispettando le altre culture, e non abbassandoci mai al livello di chi, come i terroristi islamici, punta a distruggere tutto ciò che in molti anni di duro lavoro è stato creato. Detto questo, non resta che guardare al futuro, sperando di non commettere altri errori simili.



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