Giovedi, 23 novembre 2017 - ORE:19:27

Estremismi e figuracce: quel che resta del partito di Lincoln


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Era il 1860 quando il partito Repubblicano degli Stati Uniti d’America presentava come candidato alla presidenza un “certo” Abramo Lincoln. Questi vinse le elezioni col 40% dei voti e divenne così il primo presidente eletto appartenente a quel partito, fondato nel 1854. Lincoln, nel corso dei suoi due mandati, sconfisse nella guerra di secessione americana gli Stati Confederati, mantenne l’unità federale della nazione e abolì la schiavitù da tutti gli Stati Uniti. E’ ancora oggi considerato uno dei più grandi presidenti degli States, sia dal punto di vista della storiografia, che da parte dell’opinione pubblica. Dopo Lincoln il partito Repubblicano divenne uno dei due partiti più importanti in America, e numerosi candidati di esso vennero eletti alla Casa Bianca. Tra questi è bene ricordare due dei più famosi: Theodore Roosevelt e Dwight David Eisenhower.

Essi, malgrado i loro ideali fortemente conservatori, cambiarono il destino dell’America in due momenti cruciali della sua storia, e le generazioni di oggi, come quelle di un tempo, devono molto a questi uomini. Questa introduzione servirà al lettore per il confronto che, visti i tempi, è necessario fare tra i candidati repubblicani di un tempo e quelli attuali. Come il lettore ben sa, in questo periodo all’interno del partito Repubblicano si stanno svolgendo le primarie per scegliere il candidato alla presidenza degli Stati Uniti che a novembre dovrà sfidare Barack Obama, il presidente in carica. Degli otto candidati di partenza ne sono rimasti quattro, gli altri, chi prima e chi dopo, si sono ritirati dalla corsa. Di questi quattro (come del resto degli otto all’inizio delle primarie) nessuno sembra adatto a ricoprire neanche la carica di deputato o senatore, figurarsi quella di presidente.

Il fatto, se si considera che il partito Repubblicano degli Stati Uniti è antico, danaroso, potente e influente sull’opinione pubblica, è clamoroso. Il partito che con Lincoln, Roosevelt e Eisenhower suscitava orgoglio e speranza, oggi suscita solo un misto di paura e vergogna. Nessuno contesta gli ideali conservatori dei candidati, quelli meritano considerazione e rispetto; ciò che incute timore sono le esibizioni estremiste di fanatismo religioso (“l’omosessualità è una grave malattia che si può curare con la preghiera”), le frasi vergognose (“chi è nato ai tempi della schiavitù cresce meglio!”), l’ignoranza plateale (“i Taliban si trovano in Libia”), le proposte economiche inverosimili (“ridurrò il deficit fiscale senza aumentare le imposte!”), gli insulti a Obama senza fondamento (“E’ un socialista musulmano!”), gli atteggiamenti populisti (“abolirò due ministeri, anzi no…tre!”), le ripetute offese e il disprezzo verso la scienza (“le teorie di Darwin non sono mai state dimostrate!”) di tutti, chi più chi meno, i candidati. Senza contare l’ipocrisia di quelli che si definiscono “personaggi morali”, come Herman Cain, indagato per stupro; o di quelli che affermano ad alta voce che “il matrimonio e la fedeltà solo valori sacri!”, come Newt Gingrich, che però ha costretto la moglie più volte, a sentire le dichiarazioni di quest’ultima, ad un “ménage à trois” con un’altra donna.

Se uno di questi individui dovesse prevalere su Obama a novembre non so quali sarebbero le conseguenze, e non solo per gli Stati Uniti. Quello che è certo, per ora, è che gli elettori americani, come del resto quelli di tutto il mondo, meritano gente migliore di questa.



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