Lunedi, 21 agosto 2017 - ORE:16:05

Vivere oggi ad Al-Raqqa

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Una prigione a cielo aperto: Al-Raqqa

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di tutto quello che c’è da sapere sulla nascita dell’Isis. Oggi andiamo più nello specifico.

Quello che ci viene raccontato quotidianamente sul regno del terrore creato in Siria e negli altri paesi rientrati nei confini del nuovo Stato Islamico ha dell’incredibile. Quasi stentiamo a credere ai nostri occhi e alle nostre orecchie quando ci raccontano di frustate in piazza, musica vietata e censura dilagante, mentre noi giovani continuiamo la nostra vita fatta di smartphone, vestiti alla moda e social network.

A poche ore d’aereo dall’Italia si trova lo stato siriano, uno stato dilaniato da una guerra che ormai ha i confini sempre più confusi e sfumati, dove non si riesce più a capire chi bombarda chi. Ma soprattutto, a poche ore di volo si trova Al-Raqqa, la nuova roccaforte dello neo-nato Stato Islamico (ISIS), governato dal Califfo Abu Bakr al-Baghdadi, l’uomo più ricercato al mondo.

Si vive nel terrore quotidiano

Sono circa 190.000 le persone che vivono ad Al-Raqqa, e che lottano tutti i giorni per scampare alla morsa terroristica della polizia dell’Isis, la temutissima Hisba, che controlla vigile giorno e notte che nessuno violi la Shariah, la legge islamica.

Uomini e donne di tutte le età evitano quanto più possibile di uscire di casa, alcuni fuggitivi che sono riusciti a scampare all’orrore raccontano di aver alzato mura altissime intorno alle loro abitazioni per proteggere le loro famiglie dagli occhi indagatori e imparziali dei poliziotti. C’è da aggiungere che l’interpretazione della legge islamica data dall’Isis è ben lontana da quella condivisa dalla maggioranza dei musulmani, residenti o meno in medio oriente; con ciò, molti residenti delle città inglobate nel Califfato durante l’avanzata dell’Isis hanno dovuto cambiare radicalmente il loro modo di vivere, incappando molto spesso nelle feroci punizioni fisiche ed economiche.

Le strade della cittadina sono perennemente percorse da veri e propri plotoni di polizia: è vietato ascoltare musica ad alto volume, l’unica stazione radio disponibile è quella dello Stato Islamico. Ogni esercizio commerciale ha l’obbligo di chiudere all’ora della preghiera e nessuno può mancare a quest’appuntamento.

Un giovane riuscito a evadere da questa prigione a cielo aperto ha raccontato di come si possa essere incarcerati se non si ricorda la strada per la moschea e ha raccontato del certificato di fedeltà: un documento dato a tutti coloro che svolgevano un’attività considerata impropria dall’Isis e che sono quindi sotto maggiore controllo da parte delle forze armate.

La gestapo femminile dell’Isis

In tutto questo turbinio di leggi, paura, regole, spiccano le notizie relative al forse più crudele corpo di polizia dell’Hisba: la brigata Al Khansa , formata da sole donne sta diventando sempre più celebre per l’efferatezza delle loro punizioni nei confronti delle altre donne sottomesse al Califfato. Esse vigilano sul buon costume delle cittadine, sul rispetto dei rigidi codici d’abbigliamento e di comportamento. E non hanno nulla in meno ai loro colleghi uomini.

Queste donne, che sono spesso donne occidentali partite come volontarie. Alcune francesi, inglesi, olandesi, lasciano la loro vita per “servire la causa”. Sono donne forti, che sposano spesso uomini importanti all’interno del Califfato. Anche tra loro c’è una stretta gerarchia e sono spesso costrette ad arruolarsi per non destare sospetti: come Umm Abaid, ex poliziotta poi pentita e riuscita a fuggire dopo che suo marito si fece esplodere in un attacco kamikaze.

Ha raccontato alla stampa britannica di come punissero le donne se beccate senza  i 3 veli obbligatori o che parlassero a voce troppo alta. La punizione più comune era la frusta, ma le poliziotte più potenti potevano avere in dotazione una dentiera di ferro per poter mordere e lacerare la carne delle musulmane negligenti.

Umm ha raccontato di donne lasciate morire dissanguate, arti mutilati e prigionie di mesi e mesi per coloro che non rispettassero le minuziose e complesse regole della Shariah. Sono forse le donne le più facili vittime del nuovo, pazzo ordine che controlla il cosiddetto Califfato dell’Iraq e del Levante; le prime ad essere punite, quelle soggetta alla maggioranza delle restrizioni, e per questo molto spesso costrette a diventare carnefici, per paura di essere sbranate.



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