Giovedi, 24 agosto 2017 - ORE:05:04

Trattativa Stato-Mafia, Mancino: «Non posso stare a processo con i boss»

Trattativa Stato-Mafia

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Trattativa Stato-Mafia, scatta il processo

E’ un Nicola Mancino abbastanza irritato quello che oggi sia è visto costretto a varcare la soglia del bunker di Palermo dove oggi inizierá -nel carcere di Pagliarelli – il processo per la trattativa tra Stato e mafia. Le sua dichiarazioni sono state le seguenti:

«Ho fiducia e speranza che venga fatta giustizia e che io esca a più presto dal processo».

L’udienza prende il via proprio oggi. Nel giorno del ventesimo anniversario della strage di via dei Georgofili a Firenze, avvenuta il 27 maggio del 1993 e che fu un altro messaggio di Cosa nostra alla politica.

Mancino non vorrebbe trovarsi immischiato in questo procedimento

Nicola Mancino ha inoltre spiegato i motivi secondo cui lui non dovrebbe assolutamente trovarsi immischiato in questo processo:

«Io ho sempre combattuto la mafia, non posso stare nello stesso processo in cui c’è la mafia. Chiederemo uno stralcio»

E poi aggiunge anche:

«Io non rappresento lo Stato, sono l’ex ministro dell’Interno. Io rappresento me stesso con una imputazione diversa da quella degli altri imputati. Io sono imputato di falsa testimonianza perchè la mia parola è stata ritenuta inadeguata rispetto a qualche collega che all’epoca era ministro».

Sono 10 gli imputati

Andando con ordine abbiamo i capimafia Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Ciná, ma anche l’ex senatore Marcello Dell’Utri, l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino, gli ex vertici del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, il pentito di mafia Giovanni Brusca e il collaborante Massimo Ciancimino. Quest’ultimo è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia all’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, mentre Mancino, dovrà rispondere di falsa testimonianza.

Sono 178 i testimoni

Tanti i testimoni citati dalla procura di Palermo, tra i quali ritroviamo anche il nostro Capo di Stato Giorgio Napolitano e il presidente del Senato Piero Grasso. A sostenere l’accusa ci hanno pensato il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e i pm Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. In un primo momento c’era anche Antonio Ingroia, poi successivamente partito per il Guatemala.

 



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