Lunedi, 20 novembre 2017 - ORE:08:23

Obama: L’incubo del fiscal cliff e la necessità di una bella politica


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Illustri economisti americani sentenziano:

«Gli Stati Uniti sono sull’orlo di un precipizio. Un precipizio dal quale, se vi si dovesse cadere, sarebbe impossibile, per molto tempo, tornare su. Ogni speranza di ripresa sarebbe cancellata.»

Tutto questo non riguarda solo l’America, ma il mondo intero. Gli analisti lo chiamano “fiscal cliff”, burrone fiscale. In questo momento però, malgrado il rischio, si parla di altro. La campagna presidenziale è passata in primo piano. Ma c’è una notizia più inquietante: nessuno dei due candidati alla presidenza ha la soluzione da proporre contro l’Apocalisse del bilancio pubblico che si produrrà a fine anno. Perchè malgrado il disastro annunciato nessuno fa niente?

Obama e Fiscal Cliff

Il presidente in carica ha provato ripetutamente ha presentare al Congresso un piano per risollevare l’economia del paese, ma per adesso regna lo stallo politico. Il dialogo bipartisan è impossibile. Ogni legge di entrata o di spesa proposta da Obama viene bocciata alla Camera, dove la maggioranza è in mano al partito repubblicano, opposto ideologicamente al presidente. Questo divisione al Concresso va avanti da due anni e impedisce l’approvazione di una legge economica di qualsiasi genere. Questo stallo potrebbe riproporsi il 6 novembre, a prescindere dal vincitore delle elezioni.

Infatti le possibilità sono due: la vittoria di Obama che verrebbe riconfermato, senza però riportare la maggioranza alla Camera ai democratici; la vittoria di Romney, lo sfidante repubblicano, che vincendo conquisterebbe la Casa Bianca, ma non il Senato, saldamente in mano ai democratici e controllato dal vice di Barack, Joe Biden.

La mancanza di un accordo bipartisan tra democratici e repubblicani, l’insieme dei veti e dei ricatti incrociati, l’uso politico che la destra statunitense fece (e fa) dell’allarme downgrading, rendono la situazione veramente difficile da risolvere. Nell’estate del 2011 l’agenzia di rating Standard & Poor’s declassò gli Usa e i repubblicani in maggioranza alla Camera minacciarono il presidente di non votare l’innalsamento del tetto del debito pubblico.

Questo gesto avrebbe messo il Tesoro di Washington in default tecnico, cessazione dei pagamenti e sospensione di molti servizi pubblici. Obama, con grande coraggio e molta pazienza, riusci a far passare una legge negoziando con i repubblicani un piano di riequilibrio del deficit pubblico basato su sacrifici (in)accettabili da entrambe le parti: per i democratici tagli ai servizi sociali, per i repubblicani tagli al budget militare. A partire dalla fine di quest’anno la mannaia (pesantissima) dei tagli scatterà automaticamente a meno di un’intesa più ragionevole. Intesa per non sembra possibile.

Dunque gli Usa marciano verso il burrone fiscale (fiscal cliff). Se la mannaia scatterà, l’impatto recessivo sarà drammatico: una contro manovra finanziaria così pensante da bloccare la crescita americana. Tutto, adesso, è nelle mani degli elettori.



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