Venerdi, 26 maggio 2017 - ORE:11:15

Il futuro dello studio: capire cosa nasconde l’ abolizione del valore legale del titolo di studio


A fine Gennaio Mario Monti ha annunciato una consultazione pubblica sul valore legale del titolo di studio sul sito del Ministero dell’ Istruzione. La consultazione sembra che possa partire il 22 marzo per poi restare aperta “solo 20 giorni”; un tempo assai breve per decidere una questione che “al pari degli Spread” è rilevante per il futuro lavorativo dei neolaureandi.

Ma cosa è di preciso il valore legale del titolo di studio?

Il concetto noto come valore legale del titolo di studio esprime una condizione di rilevanza giuridica in base al quale una Autorità Pubblica introduce o riconosce un titolo di studio come “titolo ufficiale” del proprio sistema di istruzione e di formazione. Il possesso in seguito a studi accertati di questo “titolo ufficiale” produce degli effetti rilevanti soprattutto in merito alla selezione all’ entrata nel mercato del lavoro.

Ad esempio il “possesso di valore legale” segnala la diversità di certi titoli di studio rispetto ad altri attestati o documenti che non siano compresi tra i titoli ufficiali. Tipicamente si decide di proteggere legalmente certi titoli selezionando le istituzioni (scuole, Università ) che possono concederli, e in questo modo si esercita un controllo diretto sul sistema di istruzione.

In quasi tutti i Paesi europei, ad esempio, sono bandite le cosiddette “fabbriche di titoli“: organizzazioni a scopo di lucro che rilasciano titoli di studio a pagamento e magari con uno scarso corrispettivo in termini di studio o dimostrazione di effettivo possesso di saperi coincidenti con il livello accettato per il titolo stesso. Anche in alcuni Stati degli USA (citati da Monti come esempio virtuoso), tali organizzazioni possono operare legalmente.

In tutta Europa il potere di conferire determinati titoli di studio è assegnato alle scuole e alle università dallo Stato – sia che si tratti di istituzioni pubbliche o private. In particolare, la responsabilità pubblica in materia di istruzione superiore e di ricerca è stata ribadita dal Consiglio d’Europa con una raccomandazione del 2007.

Nel Regno Unito (patria dell’ eccellenza universitaria insieme agli Usa secondo le classifiche) il potere di conferire titoli accademici (Degree Awarding Power) è attribuito agli istituti di istruzione superiore, che si avvale della Quality Assurance Agency, un’ agenzia garante che vigila sulla qualità e sugli standard di offerta degli studi che conferiscono titoli ufficiali.

Dal punto di vista dell’efficacia giuridica, il possesso di un titolo di studio con valore legale è una condizione necessaria, per il proseguimento degli studi nel sistema scolastico o accademico nazionale, l’ammissione ad esami di Stato e per la partecipazione a concorsi banditi dalla pubblica amministrazione e l’inquadramento in precisi profili funzionali lavorativi.

In Italia oggi la discussa riforma mirerebbe, secondo il credo neoliberista dei tecnici, a liberalizzare il mercato del lavoro all’ entrata: cioè a liberalizzare partendo dai requisiti da possedere per lavorare.

Non sembrano esserci però solide motivazioni per cui, equiparando titoli ottenuti diversamente, con tagli orizzontali, si possa allargare la possibilità all’ entrata nel mercato del lavoro senza toccare quel mostro sacro chiamato: merito.

Infatti a seguito dell‘abolizione, l’amministrazione avrebbe maggiore spazio per selezionare in modo non meritocratico e clientelare.

Resta da auspicarsi un confronto democratico su una riforma che sembra non aver bisogno di quell’ urgenza chiesta dall’ Europa tra Dicembre e Gennaio per salvare il Paese. Soprattutto quando sul tema l’ Europa è in controtendenza.

Stavolta per il governo Monti la “scusa” delle richieste europee sembra non essere sufficiente; e non è escluso che il tema non possa chiarire una volta per tutte l’ orientamento di questo governo forse solo troppo apparentemente “tecnico”.



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