Sabato, 16 dicembre 2017 - ORE:13:56

La Cassazione: Sallusti è colpevole!


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La si aspettava per il 26 settembre e, puntualmente, è arrivata. Stiamo parlando della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, sulla quale da qualche giorno si sono accese le luci della ribalta mediatica, riguardo alla questione Sallusti. Il direttore del Giornale è stato condannato, in via definitiva, a quattordici mesi di carcere, oltre a dover rifondere 4.500 euro per le spese processuali. L’accusa, confermata nei tre gradi di giudizio, è quella di diffamazione aggravata e omesso controllo. Se però in primo grado il giornalista era stato condannato ad una multa di 5mila euro, nel grado intermedio egli si è visto commutare la pena nella detenzione in carcere per quattordici mesi. Appello confermato ieri, ma che non verrà applicato prima di trenta giorni: Sallusti ha infatti un mese di tempo per chiedere al Tribunale di sorveglianza una misura alternativa, da scegliere fra affidamento in prova ai servizi sociali, detenzione domiciliare o semilibertà.

Ma qual è la questione che ha portato a questa conclusione?

Essa risale al febbraio del 2007: sul giornale Libero, di cui Sallusti era allora il responsabile, compare un articolo riguardante l’aborto di una tredicenne. Nel pezzo, firmato da un anonimo col nome “Dreyfus”, il giudice di Torino Giuseppe Cocilovo viene descritto come colui che ha costretto la ragazza all’aborto, su richiesta dei genitori; dopodiché i tre, assieme al medico che ha eseguito l’intervento, vengono qualificati come meritevoli di condanna a morte, semmai questa fosse ancora presente nell’ordinamento giuridico italiano.

Il giudice, a questo punto, querela il giornale. Sallusti viene indagato per la sua responsabilità oggettiva ( visto l’anonimato dell’autore del pezzo ) e, come scritto sopra, condannato in quanto l’articolo riporta il falso ( Cocilovo non ha costretto la 13enne all’aborto ) ed è lesivo dell’immagine dello stesso querelante.

Le reazioni, come ci si poteva immaginare, non sono mancate; anzi, sono arrivate addirittura prima che la Cassazione confermasse la sentenza della Corte d’Appello.

Tutto il mondo politico, a partire dal centro-destra, per arrivare al centro-sinistra ( fra le cui fila non militano certo molti simpatizzanti del giornalista ), si è schierato in difesa di Sallusti, commentando come “troppo pesante” la possibile ( ora certa ) condanna alla detenzione in carcere.

Durissima la reazione della pidiellina Daniela Santanchè, compagna proprio del condannato, che non usa mezzi termini e va all’attacco della magistratura, rea  di aver “toccato il fondo”. Poi un invito, da parte della deputata,  ai cittadini : ”Questo Paese fa schifo e spero che gli italiani se ne rendano conto, aprano gli occhi e scendano in piazza”.

Anche la  Federazione nazionale della stampa, riunita in seduta straordinaria, commenta in maniera forte e difende il giornalista: “’Molti di noi non condividono nulla di quel che dice e scrive Sallusti, sono lontani dalla sua concezione di giornalismo. Ma la sentenza che condanna al carcere il direttore del Giornale è il risultato sconvolgente di una norma orrenda del nostro codice, incompatibile con le democrazie avanzate e liberali e con i canoni delle democrazie europee”. Nella nota, inoltre, vengono inviati appelli  “ai colleghi, e particolarmente ai direttori perché accanto ai loro editoriali, compaiano spazi bianchi in prima pagina come segni tangibili di protesta, dandone conto ai lettori, evidenziando la mostruosità di queste norme affinché siano cancellate al più presto”.

Anche il governo tecnico, preso atto della condanna, sta monitorando la situazione e pensando ad una modifica delle attuali leggi. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha spiegato di avere “troppo rispetto delle sentenze per poter fare commenti. Ma “in merito al profilo normativo”, ha aggiunto, “confermo quanto detto in Parlamento sulla necessità di intervenire al più presto sulla disciplina della responsabilità per diffamazione del direttore responsabile, omogeneizzandola agli standard europei che prevedono sanzioni pecuniarie e non detentive”.

Dal Quirinale, invece, nessun commento ufficiale; è trapelata però la notizia secondo cui il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sta seguendo attentamente la vicenda. Considerato il serio momento che il Paese sta attraversando, probabilmente Napolitano sta pensando alla concessione della grazia, per prevenire un probabile acuirsi della tensione fra le varie componenti della cosa pubblica: politica, stampa, magistratura.

Alessandro Sallusti, però, su questo punto è stato categorico: “Chiedere la grazia? No. La grazia la chiede uno che sa di aver sbagliato, io sono convinto di non meritare quella sentenza, quindi perché dovrei chiedere scusa di un reato che non ho commesso? Poi bisognerà vedere cosa succederà sulla porta del carcere, ma per ora dico di no”. Questo strumento, previsto dal diritto italiano, prescinde la volontà dell’interessato: se Napolitano decidesse di usarlo, Sallusti ne beneficerebbe comunque.

Il giornalista ha inoltre dichiarato di aver presentato, nella giornata di ieri, le proprie di missioni da direttore del Giornale. Il proprietario, Paolo Berlusconi, ha però espresso proprio sulle pagine del quotidiano  il suo netto rifiuto del gesto del proprio dipendente:  “Pur comprendendone le motivazioni personali e professionali” , ha scritto il fratello minore dell’ex premier, “ come suo amico e suo editore rigetto fermamente le dimissioni da lui presentate e gli riconfermo la mia più totale fiducia”.

Questa vicenda non capita assolutamente in un buon momento, per l’Italia. Sebbene la classe politica sia per una volta unita e concorde, il caso Sallusti potrebbe acuire la tensione che già è presente fra essa e la magistratura. Senza contare gli organi di stampa, anch’essi compatti nel fare fronte comune contro la condanna.

Restano, però, due problemi da precisare: le critiche vanno nei confronti dei giudici, o delle norme? E poi: è giusto appellarsi alla libertà d’opinione e di stampa? Fare i giornalisti non significa poter scrivere qualsiasi cosa ed essere “intoccabili”: ciò porterebbe la categoria allo stesso livello della tanto vituperata “casta dei politici”. Certamente la pena può essere considerata esagerata, visto anche che, in primo grado, a Sallusti è stata comminata “soltanto” un’ammenda pari a 5mila euro. La detenzione, però, è prevista dalle norme che regolano questo ambito;  leggi che il Parlamento emana, che i politici (fra cui quelli di centro-destra, sicuramente più vicini al direttore condannato ) discutono,  approvano e possono anche modificare.

Un po’ di buon senso, da parte di tutti e tre i fronti, avrebbe potuto portare sicuramente ad un esito diverso. Resta da vedere come si svilupperà la vicenda, destinata a far parlare di sé ancora a lungo.



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